Progetti per il futuro e ferie saltate

Progetti per il futuro e ferie saltate

Oggi mi sono svegliata con tutta la buona volontà di vedere il mondo come un posto meraviglioso: mi sono concessa una buona colazione, ho fatto quattro coccole ai miei pelosi, ho portato mia figlia a fare un po’ di shopping approfittandone anche io per comprare un paio di cose non indispensabili ma di sfizio.

Finché non è suonato il telefono: le 11 in punto. La mia collega, che oggi è di riposo; quindi appena ho visto il suo nome sul display ho capito che mi avrebbe portato brutte notizie. E mi sono sbagliata: le notizie erano PESSIME. Quasi come l’apocalisse profetizzata dai Maya, quasi come l’arrivo di una cartella di Equitalia (ecco, ora magari esagero, ma è per farvi capire lo stato d’animo di ansia e sudore con il quale mi sono portata il telefono all’orecchio).

E’ stata laconica: NIENTE FERIE. E voi direte: ma non le hai appena fatte? E io vi rispondo: certo! Ma si trattava solo della mia prima settimana di ferie, me ne spettano altre 3 di cui una fra una ventina di giorni. Ed è proprio di questa settimana di cui parla lei: niente ferie Vale, niente riposo ad Agosto, niente pausa da questo lavoro che ti logora anche gli ultimi neuroni superstiti. Tutto questo perché, chi dovrebbe lavorare al mio (e al suo) posto in quei miseri 7 giorni ha deciso di dare le dimissioni lasciando noi due a vedercela con un negozio da orario continuato e 7 giorni su 7. Ora, io non contesto il tuo diritto a dare le dimissioni, lungi da me; io contesto il modo in cui le hai date. Contesto il tuo pessimo tempismo; contesto la tua scarsa propensione al lavoro di squadra; contesto la tua mancanza di rispetto e di cortesia professionale che avrebbe dovuto portarti ad avvisare quantomeno noi, le tue colleghe, prima di venire informate direttamente dal capo. Questo perché il tuo comportamento porta un danno enorme a noi due che da un anno a questa parte non aspettiamo altro che staccare la spina per qualche giorno e goderci le nostre famiglie h24. Trovo assurdo (ma forse perché io sono sempre troppo fiduciosa nel genere umano, e di questo faccio un profondo MEA CULPA) come al giorno d’oggi si abbiano enormi difficoltà a trovare uno straccio di lavoro e quando ti capita di trovarne uno nel quale, quantomeno, hai la certezza di uno stipendio regolare, mandi tutto a gambe all’aria per un semplice capriccio: non voglio lavorare tutte le domeniche.

Bene, ti spiego una cosa da una che ormai lo fa per vizio: nemmeno a me piace lavorare ogni santa domenica, di ogni santa settimana, di ogni santo mese che Dio manda su questa Terra. Neanche io avevo come sogno nel cassetto di farmi prosciugare le energie, mentali e fisiche, per lavorare in un posto aperto tutti i giorni, tutto il giorno, tutto l’anno. Il mio sogno era, e rimane, quello di trovare un lavoro che mi consenta di godermi la mia casa e la mia famiglia senza fare i salti mortali; ma sai che c’è? Al momento non mi è possibile. Così preferisco stringere i denti, fare sacrifici ma permettermi almeno una volta all’anno una settimana di ferie lontana da casa (seppur a poche centinaia di km da dove abito); lo so, forse ragiono male. Forse per colpa di quelli come me il Paese andrà sempre peggio e ci si ritroverà a lavorare di notte anche nei supermercati; ma questo è il risultato della liberalizzazione tanto invocata negli anni passati che ha portato tutti a diventare numeri in una catena di montaggio mondiale invece che esseri umani che lavorano per vivere.

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Anche Marta, la protagonista di questo libro (che tratta una storia realmente accaduta e quindi ancora più toccante) a 19 anni sognava un futuro pieno di sfide, di emozioni e una vita libera dagli schemi restrittivi della borghesia in cui era cresciuta e in cui sua sorella, qualche anno più grande, si era lasciata intrappolare. Alla festa per il diploma le racconta del suo desiderio di fare un viaggio a Londra di tre mesi, per scoprire cose nuove e respirare un’aria diversa; non si vuole sposare né mettere su famiglia. Vuole vivere libera la sua vita e le sue scelte, senza costrizioni e senza qualcuno pronto a dirle cosa fare e cosa non fare. Poco dopo la sua partenza i genitori muoiono entrambi in un incidente stradale; lei è sconvolta e torna a casa, andando ad abitare con la sorella e il marito, un borghesuccio che guarda alla sua vitalità e voglia di indipendenza con fastidio e astio. Marta si lascia andare alla disperazione: prende a bere e fumare senza controllo, passa le sue giornate inchiodata al letto e si alza solo per attaccarsi ad un’altra bottiglia. Finché una sera, dopo l’ennesimo litigio con il cognato lui colpisce al volto la moglie intervenuta per difenderla e Marta, nel tentativo vano di proteggere la sorella cerca di colpirlo con un coltello da cucina, senza riuscire a fare più di qualche passo prima di inciampare e sbattere la testa a terra. Si risveglierà in ambulanza, legata come una matta e scortata dal cognato e dalla sorella al vicino manicomio per essere rinchiusa, come da prassi dell’epoca, a seguito di denuncia per instabilità mentale e fisica.

Inizia il suo calvario, tra sedute di elettroshock e terapie farmaceutiche che la spingeranno sempre più giù fino a farle toccare il fondo da cui non potrà più risalire. La sua storia è raccontata da una delle infermiere, Mariuccia, che ha lavorato presso quello stesso manicomio per tutto il periodo di reclusione di Marta; Maria non racconta solo di lei ma di tutte le cose terribili che ha visto durante gli anni di lavoro presso la struttura, le regole ferree che era costretta a seguire senza capirne il senso, l’idea sbagliata che i malati fossero animali da tenere rinchiusi invece di esseri umani da capire e curare. Marta è stata sfortunata, due volte: la prima quando non ha capito fino in fondo la pericolosità del cognato che l’ha portata in manicomio; la seconda, quando non è riuscita a vedere e provare il cambiamento epocale nella cura delle malattie mentali con l’avvento del dott. Basaglia. Ecco, questo libro racconta la sua storia, la storia di Maria e la storia di Basaglia, tutto dagli occhi di chi questa vicenda l’ha vissuta da vicino.

Ho letto queste quasi 200 pagine stringendo i pugni fino a farmi diventare le nocche bianche; ho pregato che Marta si salvasse e non diventasse una persona invisibile; ho pregato fino in fondo per un lieto fine che, in un modo diverso dalle aspettative, è arrivato.

Consigliato a chi ha lo stomaco forte, perché certe sensazioni ti rimangono impresse dentro, con la forza di un pugno alla bocca dello stomaco.

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P.S.: da oggi ho deciso di dare un voto da 1 a 5 ai libri che vi segnalerò, in modo di riuscire poi a fare una specie di classifica a fine estate 😉 Come sempre, siete invitati a esprimere anche il vostro giudizio su questi libri così ci possiamo confrontare 🙂

Quando nasce un amore

Quando nasce un amore

Come la canzone di Anna Oxa così è stato durante il viaggio di ritorno sul traghetto che dalle Tremiti mi riportava a Vieste. Ovviamente stiamo parlando di ferie (la prima settimana dopo un anno intero di lavoro ininterrotto), stiamo parlando della seconda settimana di Luglio (quella appena passata), stiamo parlando di un villaggio sulla costa del Gargano, dove mare e piscina hanno riempito le nostre giornate. Stiamo parlando di 6 giorni solo noi 4, giorni fatti di buon cibo, risate e tanto relax; perché quando a casa hai due gatte che puntuali come orologi svizzeri si svegliano alle 5.45 per mangiare, capisci che hai proprio bisogno di dormire 8 ore filate anche su un materasso che è una sottiletta e un cuscino che è un mattone.

Ma torniamo al traghetto; io soffro il mal di mare. Divento di un colore tra il giallo e il verde, varie sfumature a seconda di quanto il mare sia mosso; non posso stare in piedi, non posso camminare: devo stare seduta, preferibilmente dove c’è aria fresca da respirare e qualcosa su cui fissare lo sguardo e concentrarmi per non sentire il mio stomaco rivoltarsi ad ogni onda. Fortuna vuole che il mare quel giorno sia stato così magnanimo da non farmi pentire della scelta di fare una gita in barca anche tra le isole (perché non contenta del traghetto mi sono imposta anche la barchetta per il giro dell’arcipelago); di ritorno è stato altrettanto magnanimo e quindi ho passato le due ore del viaggio seduta a prua, all’aperto, con il vento che mi faceva vorticare i capelli e il sole a scaldarmi il viso, già abbastanza arrossato.

Eravamo circa 250 persone, tra giovani e meno giovani; in mezzo c’erano comitive di ragazzi in vacanza con animatori o preti, come facevo anche io alla loro età (età da oratorio o colonie estive). Tra loro c’era questo gruppo di ragazze, intorno ai 16 anni, dichiaratamente venete (l’accento è difficile da nascondere); e c’era questa coppia di ragazzi in gita con la famiglia, anche loro della stessa zona (guarda te il destino!). Li avevo visti già all’andata, indaffarati a tenersi d’occhio, con l’atteggiamento tipico dell’adolescente che “vorrei ma non posso”; si spostavano come le onde, dove andava uno le altre andavano a rimorchio, come la risacca delle onde sulla riva che segue con un leggero ritardo.

La prua non è enorme, lo spazio di manovra ancora meno; le ragazze si sistemano in modo da essere visibili e osservare la coppia di amici senza farsi notare (difficile, dato che loro se ne erano accorti non appena arrivate, ma meglio non darlo a vedere) e qui comincia quella che si potrebbe definire una danza di corteggiamento. Le distanze diminuiscono gradualmente, le voci si fanno leggermente più alte per far sentire cosa ci si dice e quando sembra che le cose debbano rimanere così, come in un limbo, uno dei due prende il coraggio a due mani, si avvicina alla più spavalda, quella che ha dato fin dall’inizio segnali ben chiari, e cominciano a parlare. Ovviamente da dov’ero io non potevo sentire granché, col vento che mi fischiava nelle orecchie, ma mi bastava vedere le facce, i gesti, il corpo che reagiva, si avvicinavano e si allontanavano come satelliti in un’orbita. Gli sguardi, l’imbarazzo e le risate nervose, magari qualche battuta scontata ma comunque apprezzata; alla fine il fatidico momento dello scambio dei numeri. Beh, non so se sarà nato davvero un amore o se nel frattempo ognuno è tornato a pensare alle proprie vite; di sicuro mi hanno permesso di concentrarmi su qualcosa di diverso del mal di mare 😉

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Mare, isole, barche, amore, corteggiamento: tutto quello, ma non solo, che trovate nel romanzo di JOJO MOYES “Silver Bay”; un uomo che vuole fuggire da una situazione sentimentale stretta e in cui non si sente sé stesso e una donna che è fuggita molto tempo prima da una situazione sentimentale malata e morbosa. Due anime affini, che si intrecciano, si scontrano e si uniscono a creare un futuro nuovo; un futuro in cui lui finalmente conoscerà il vero AMORE con la A maiuscola e lei si lascerà alle spalle una tragedia che si trasformerà in un lieto fine inaspettato. Il contorno è fatto da balene, delfini, un paese sperduto della costa australiana, un gruppo di vecchi balenieri, un hotel con un passato glorioso e un resort nuovo di zecca che non s’ha da fare. Un cocktail di ingredienti inizialmente difficili da digerire ma che con lo scorrere delle pagine rendono la lettura fluida e, come sempre accade con lei, rapida; tanto da arrivare alla fine come se si fosse affrontata una rapida durante una gita in gommone.

Lettura fresca, rilassante, romantica quanto basta: ideale per l’ombrellone.

Imperfetta forma

Imperfetta forma

Ieri mi è arrivato l’ultimo acquisto su Amazon: cd e autobiografia di J-Ax. Già, sono una fan di primo pelo di quelli che un tempo erano gli Articolo 31, poi è diventato J-Ax solista, poi Due di Picche con Neffa e ora è J-Ax e Fedez. Ho conosciuto gli Articolo grazie a mio cugino Andrea, più grande di qualche anno, che un’estate al mare mi ha fatto ascoltare per la prima volta la cassetta (avete capito bene, la cassetta!!Quella che ogni volta che si inceppava dovevi ricaricare il nastro con il retro della matita…per la serie “ma che ne sanno i 2000”) dell’album secondo me migliore della loro carriera: COSI’ COM’E’. La prima volta, come ovvio, mi sembrava impossibile stare dietro alle parole e alle rime con la velocità che tuttora lui ha di parlare; ma se mi rimettete su una qualunque delle canzoni di quell’album, sono in grado di cantarvele a memoria, tutte. Ho iniziato con il botto ed è normale, a sentire l’album successivo, quasi rimpiangere di averli conosciuti; album bruttino, senza un filo conduttore, canzoncine buttate dentro con l’unica che mi ricordo “La fidanzata”, per niente in armonia con le loro musiche e il loro stile. Da lì, li ho un pò abbandonati, anche perché all’epoca ero troppo giovane per rimanere incatenata ad un unico stile musicale; agli inizi del liceo (1999-2000) ho spaziato da loro ai Lunapop, a Vasco, ai Green Day, Eminem…un potpourri, insomma.

Ma quando è uscito il loro secondo miglior album, per me che non li conoscevo dagli esordi (chi li ascolta da allora adora anche Messa di Vespiri, per esempio) sono letteralmente impazzita. Comprai album e i biglietti per il loro ultimo, anche se all’epoca ancora non sapevo che da lì a breve si sarebbero sciolti, concerto al FORUM di Assago. E’ stato meraviglioso!!Ero ovviamente sotto il palco, io e altri 3 amici e compagni di scuola; i ragazzi ad un certo punto ci hanno preso sulle spalle durante il pogo nella canzone “Spirale ovale” ed è stato fantastico!Ovviamente in seguito mi hanno anche regalato il dvd di quel concerto dove, ad un certo punto delle riprese, si vede uno dei miei amici che salta durante non ricordo quale canzone. Ho tuttora il dvd e ogni tanto, in un momento di nostalgia, me lo riguardo e mi scateno ancora come una matta.

Quando si sono sciolti è stato uno shock, quasi quanto lo scioglimento dei Backstreet Boys, per intenderci (si, ero anche una loro grande fan. Insomma, parliamo sempre di metà anni 90 🙂 ). Ho smesso di ascoltare J-Ax, l’ho abbandonato per un periodo; mi sono sentita tradita perché a me piacevano davvero come duo! Li trovavo divertenti, bravi, innovativi, irriverenti, dicevano quello che avrei voluto dire anche io ma con più coraggio e sfrontatezza. Erano i ribelli, quelli fuori dagli schemi e,se mi conosceste, sapreste con certezza che io sono l’esatto opposto. Sono sempre stata la classica “brava ragazza”, quella che segue le regole (a parte un paio di scivoloni, ma si sa, gli adolescenti…), la secchiona che ama studiare; loro erano un po’ il mio alter ego, quello che sarei potuta diventare se non fossi nata dove sono nata dalla famiglia che ho alle spalle e in un paese tranquillo della periferia “bene” di Milano. Probabilmente, fossi nata dove sono cresciuti loro, sarei stata diversa; ma, tant’è, ero così e mi piaceva trasgredire ascoltando loro e immaginando di fare come loro.

Quando Ax è tornato con Neffa è stata una sorpresa; soprattutto perché non avevo idea che Neffa fosse nato come un rapper. Quindi li ho ascoltati con curiosità, senza pregiudizi perché in fondo c’era Ax; il disco (si, ho comprato anche quello) è carino, niente di eccezionale, ma credo che nell’intento loro ci fosse proprio quello di crearne uno senza pretese, per il gusto di farlo insieme (e leggendo la biografia ne ho avuto conferma). Beh, ha funzionato; nel senso che tutte le canzoni sono orecchiabili, alcune più carine di altre (personalmente la mia preferita rimane “Caramelle”, che però non è diventata singolo) e mi sarei aspettata un seguito. Invece più nulla.

Poi arriva “Il bello d’esser brutti”, la sua partecipazione come giudice di “The Voice” (che ho seguito solo in quelle due edizioni, sempre per lui) e il ritorno definitivo da solista, con una band alle spalle. Bomba! “Intro” è la mia canzone preferita dell’album, probabilmente non doveva essere stata pensata come una hit ma solo come uno sfogo e un classico modo di mettere i puntini sulle I. Dal primo momento che l’ho ascoltata, pelle d’oca; ho scoperto retroscena che non immaginavo e ho rivalutato tantissimo lui come persona, prima che come cantante. “Al posto di un bambino Dio mi ha dato 2 milioni di nipoti”: come se l’avesse scritta proprio per me. Tutto l’album è un mix di accoppiate vincenti, con i Dogo, con Nina Zilli, con Grido (ah, dimenticavo: ovviamente ascoltavo anche i Gemelli Diversi…); finalmente era tornato.

Oggi si ripresenta con un nuovo socio e ovviamente non potevo non supportarlo, acquistando anche questo album e il suo libro (per la cronaca finito ieri in un paio di ore). Il libro ha aperto gli occhi su altri retroscena della sua adolescenza e dei suoi inizi che mi fanno capire come chi scrive sempre le stesse cose contro di lui probabilmente non conosca la storia fino in fondo. Troppo semplice puntare il dito su chi è riuscito, dalla povertà della provincia, a riscattarsi e fare fortuna con uno stile che per etichetta (di chi poi) deve essere legato indissolubilmente alla povertà e al ghetto. Chi scrive di lui come di uno venduto al sistema, dovrebbe forse fare le stesse pulci a qualunque cantante che col sistema ha fatto fortuna. Perché, se in qualunque altro mestiere o settore della vita (penso al calcio, per rimanere su temi popolari) venire dai bassifondi e farcela è sinonimo di conquista sociale e riscatto, oltre che di orgoglio e merito, per chi arriva dal mondo del rap il successo è sempre visto come un tradimento dei veri ideali (ma davvero si pensa che Eminem, per citare un altro rapper bianco, viva in una catapecchia sulle rive di un fiume inquinato in un luogo sperduto degli Stati Uniti?!). Tutto questo, ovviamente, solo in Italia si può pensare.

Per chi lo ama, il libro è una rivelazione che scopre le pieghe sottili della sua vita, sia privata che da artista; per chi non lo conosceva ai tempi degli Articolo 31 (perché troppo giovane) consiglio vivamente di acquistarlo e leggerlo, per capire fino in fondo chi sia Alessandro Aleotti oggi.

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Bene, Ax, noi ci vediamo il 22 Aprile a Pesaro 🙂

Alla prossima e buona “dolcedipendenza” a tutti.

ps.: oggi ho pensato di uscire un pochino dai binari, con un post completamente diverso. Spero abbiate apprezzato 😉

Un arcobaleno di libri

Un arcobaleno di libri

Dopo la tempesta arriva il sereno e nel mezzo, se si è fortunati, si vede spuntare una striscia colorata con forma ad arco alla fine del quale, si dice, si troverà una pentola piena di monete d’oro. Insomma, parliamo dell’arcobaleno; lo avevate capito, no? 😉

Rispetto allo stato d’animo di ieri, oggi ho pensato di tirarvi su con nuovi consigli di lettura; questa volta l’intento non è assecondare la malinconia e la tristezza delle grigie e fredde giornate d’inverno, ma combatterle a spada tratta a suon di colore e calore.

Quindi, prendete carta e penna e segnatevi i prossimi acquisti per arrivare al 21 Marzo un po’ meno depressi e un po’ più frizzanti 🙂

Consigli di lettura: QUANDO GENNAIO FINISCE, LA STRADA E’ TUTTA IN DISCESA

  • ROSSO

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Passione, sentimento, guerra: come non pensare al colore più caldo e forte dell’arcobaleno?

  • ARANCIONE

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Il sole poco prima che si inabissi all’orizzonte e poco prima che torni a splendere sulle nostre giornate; l’arancione è il simbolo di chi si arrende ma anche di chi rinasce, ogni giorno. Esattamente come i protagonisti di questo meraviglioso romanzo di De Carlo.

  • GIALLO

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Questa è facile!Che colore sono i limoni? Gialli. E che colore è il sole alto nel cielo? Giallo. Il giallo è il simbolo della vita vissuta, dei destini incrociati, della voglia di farcela contro tutto e tutti. Breve e fresco, proprio come una limonata.

  • VERDE

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Natura, Amazzonia, viaggio nell’ignoto, avventura. Tutti ingredienti che si mescolano insieme alle meraviglie naturali che i personaggi si trovano di fronte durante il loro viaggio; viaggio non solo fisico ma anche simbolico, dove si abbandona ciò che si conosce e ciò che ci rassicura per addentrarsi in una parte di mondo completamente sconosciuta e piena di misteri. La foresta come simbolo di intreccio ma anche protezione, dove i lunghi rami e le folte chiome proteggono dal sole cocente e dalla pioggia incessante. Il verde è sempre stato un colore rilassante e rassicurante, un po’ come la Allende.

  • BLU

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Fresco, frizzante, limpido; come il mare. Non credo di dover aggiungere altro per convincervi a leggere Benni, si commenta da solo.

  • INDACO

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Il colore indeciso, che non sa se rimanere nella sicurezza del blu o buttarsi nell’incognita del violetto; il classico punto di mezzo, un po’ sfocato e con significati molteplici. Di questo il libro di Hornby ne fa il pilastro dell’intera narrazione, sballottato tra uno humor quasi nero e una drammaticità quasi comica. Decidete voi da che parte stare, intanto correte a leggerlo.

  • VIOLETTO

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L’indaco che con grande coraggio ha preso le distanze dal blu e si è reso indipendente; come Pereira che da innocuo e noioso capo redattore a Lisbona durante la dittatura si trasforma in un sovversivo reazionario, prendendo finalmente una posizione concreta.

  • BIANCO

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Ci fosse stato il color ORO nell’arcobaleno, sarebbe stato di diritto il suo colore; ma il bianco è quello che si avvicina di più alla sensazione di splendore e grandezza che il libro trasuda. Aggiungendo anche il candore dell’amore del protagonista per una donna egoista e meschina; tutto quello che il bianco simboleggia lo ritroviamo tra queste pagine, più che nella versione cinematografica.

  • NERO

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L’acciaio è grigio, può splendere se lucidato o intrappolare la luce se satinato. Il nero la fagocita completamente, tenendola prigioniera tra le sue braccia; esattamente come la vita della protagonista è intrappolata in quel quartiere di Piombino, tra l’acciaieria e la vita d’inferno a casa. Non è per tutti, esattamente come non lo è il colore che lo rappresenta; dovete avere stomaco di ferro (per rimanere in tema) e mente fredda per non farvi trascinare nelle pieghe di una storia che potrebbe essere tranquillamente la rappresentazione romanzata di una storia di vita comune di una persona che magari conoscete.

Lo so cosa state per dire “ma il bianco e il nero nell’arcobaleno non ci sono”. Vero. Ma è anche vero che, se avete studiato un po’ di fisica o più banalmente la storia dei colori, saprete che il bianco è l’insieme di ogni colore dell’arcobaleno e il nero la completa assenza. Quindi tutto torna.

Ora, ditemi: quale colore si addice alla vostra giornata?

Buona lettura.

Alla prossima e buona “dolcedipendenza” a tutti.

Batti l’inverno con un libro

Batti l’inverno con un libro

Non so da voi ma qui oggi è una giornata grigia, plumbea, non particolarmente fredda (nonostante i tanto temuti giorni della merla) e piuttosto malinconica. Stamattina mentre facevo prendere aria alla stanza ho dato una scorsa alla mia libreria dove su un ripiano sono disposti alcuni dei romanzi che ho letto durante il periodo del liceo; non sono riuscita a portarmi via tutto lo scatolone della scuola, ne ho scelti solo alcuni (ovviamente quelli che mi sono piaciuti di più e che avrei il piacere di rileggere).

Non so se capita anche a voi di legare un libro al tempo (inteso come tempo meteorologico), ma personalmente ci sono libri che amo leggere in modo particolare quando fuori è brutto e altri che aprirei solo con un sole cocente e 40° gradi all’ombra. Essendo gennaio un mese tipicamente brutto e alquanto deprimente, tendo a leggere tutti libri piuttosto cupi, noir o con un tipico accento malinconico; quindi stamattina mi è venuta l’idea di stilare una lista di libri adatti a questo periodo e di condividerla con voi 🙂

Consigli di lettura: QUANDO L’INVERNO SEMBRA NON FINIRE MAI, BATTILO CON UN LIBRO

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Decisamente uno dei miei romanzi preferiti, anche se letto molti anni fa mi rimane impressa l’atmosfera delle colline inglesi in cui si sviluppa la storia, le piogge che rincorrono i personaggi, il calore del focolare.

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Ho acquistato una raccolta di Dostoevskij, ma questo rimane un vero e proprio capolavoro dove si sviscera l’anima del protagonista che rappresenta l’anima di ognuno di noi.

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Personalmente non è tra i romanzi che ho portato con me durante il trasloco perché non è esattamente il mio genere. Rimane però uno dei pilastri della letteratura gotica, con le sue inflessioni noir e la ricerca di ciò che sia lecito o meno fare da parte dell’uomo, nonostante sia spinto dalle migliori intenzioni. Questo è in assoluto il romanzo da leggere durante un giorno di temporale.

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Anche questo non è sul mio scaffale attuale, ma risale agli anni della scuola dove Kafka è sempre stato considerato un grande maestro di letteratura. Sinceramente ho sempre trovato questo romanzo assurdo, grottesco e piuttosto noioso; ma non si può negare che sia anche questo un romanzo che si debba leggere almeno una volta nella vita. Quando vi capita una giornata in cui non vi sentite bene con voi stessi, pensate al protagonista.

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La tragedia per eccellenza di Shakespeare; almeno secondo il mio personale gusto. Letta in ogni salsa, in inglese, in italiano, in prosa e in versione teatrale. Persino recitata, nella mia breve carriera di attrice di teatro; intensa e decisamente cruda, ma in perfetta sintonia con le giornate tristi e grigie di gennaio.

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Letto anche questo sia in italiano che inglese, sviscerato con lunghissime analisi del testo e rivisitazioni, è la rappresentazione di quella che oggi si definirebbe “Sindrome da personalità multipla”. Avete per caso visto il film uscito da poco, SPLIT? Sono stata al cinema domenica, davvero bello anche se un pò lento; ecco, il protagonista è la versione moderna e ulteriormente malata del Dr. Jekyll. Una rappresentazione delle nostre anime nascoste, che non sappiamo di avere ma che quando prendono il sopravvento ci trasformano in una persona completamente diversa, anche fisicamente.

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Libro e film stupendi; a leggerlo sembra di essere in quel convento in Inghilterra, in mezzo al nulla e sferzato dalla pioggia.

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Forte, intenso, drammatico, freddo; ho già la pelle d’oca a pensare di rileggerlo. Nel film la sensazione di disagio e di gelo si percepiscono soprattutto nelle inquadrature della grande stanza comune: bianca, spoglia, sbarrata.

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Il primo vero e unico romanza della categoria fantasy; anche se di fantasy c’è ben poco se non la presenza di vampiri. Il libro è passionale, ma le scene si svolgono per la maggior parte di notte, e spesso le notti sono gelide o bagnate; ecco perché, nonostante il fuoco della passione, questo libro è adattissimo a Gennaio.

Li avete letti tutti? Quali vi mancano? Cosa ne pensate di questa lista?

Alla prossima e buona “dolcedipendenza” a tutti 🙂

Calamita

Calamita

Rieccomi. Ho perso un pò l’abitudine di raccontarvi dei libri che sto leggendo, ma cercherò di rimediare subito 🙂

Ho avuto un periodo di stop dalla lettura, perché satura, soprattutto sotto il periodo natalizio dove il lavoro raddoppia e il tempo da dedicare  a me scarseggia; gennaio è stato invece un mese relativamente tranquillo, dove ho potuto riprendere i ritmi normali di lettura che in questo caso portano a 4 libri in meno di un mese. Non tutti ovviamente mi hanno lasciato il segno, anzi; un paio di questi sono stati semplicemente un passaggio nelle mie giornate sia di lavoro che di riposo.

Andando con ordine:

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Il miglior libro che abbia scritto, in assoluto. Divorato in meno di tre giorni, non è il classico romanzo di Carrisi incentrato su Roma e sui misteri dei penitenzieri e del Tribunale delle Anime. E’ ambientato in un paesino di montagna, lontano dal resto della civiltà e chiuso in una specie di setta religiosa, che richiama molto quelle tipiche americane che ogni tanto vengono raccontate in qualche serie TV. Qui un giorno come un altro scompare una ragazza dai capelli rossi e lentiggini sul viso, figlia di una famiglia molto devota alla Chiesa locale e che si stava recando come ogni giorno a insegnare catechismo ai bambini più piccoli della comunità. A poche ore dalla scomparsa, inizialmente bollata come fuga volontaria, arriva nel paese un famoso detective che ha risolto numerosi casi complicati, Voegel. Inizierà quindi una caccia al responsabile del rapimento, tra indizi creati ad arte e piste che portano solo a vicoli ciechi. Colui che pensava di dirigere il gioco si ritroverà come una semplice pedina di un disegno altrui, fino al colpo di scena finale dove si svela, per voce della vittima, chi sia il vero responsabile. Il romanzo è un continuo flash back dal momento della cattura di Voegel e il suo incontro con lo psichiatra del posto, che dovrà darne una valutazione psichiatrica; la storia si srotola a ritroso seguendo la voce narrante del poliziotto fino alla conclusione, dove finalmente anche il lettore capirà in  quale labirinto si sia andato a cacciare.

Avvincente, ritmico, veloce; non ci sono momenti morti come a volte è accaduto nei romanzi precedenti in cui l’autore si perde nella descrizione di luoghi o personaggi secondari al libro. E’ un libro che ti attira come una calamita e non ti molla fino a quando non hai girato l’ultima pagina.

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Qui devo ammettere che mi sono lasciata trascinare dall’enorme successo avuto dal romanzo e dalle recensioni contrastanti di chi ha letto il libro e poi visto il film. Premetto che il film non sono andata a vederlo e non so nemmeno se lo vedrò mai, soprattutto considerando quanto mi sia piaciuto il libro. Non vorrei mai rovinare questa bellissima impressione con un film non all’altezza; ma se qualcuno di voi ha visto il film mi faccia sapere se ne vale la pena o meno 😉

Tornando al libro: 1 giorno. Il tempo che ho impiegato dalla prima pagina all’ultima; e se fosse continuato per altre 200 pagine sarei andata avanti come una panzer fino a vederne la fine. “Calamita” non rende l’idea di quanto questo romanzo mi abbia avvinghiato a sé e più lasciata andare; iniziato in sordina, con la presentazione della protagonista che oltre ad un senso di angoscia e irritazione, mi provocava tristezza e compassione, ha preso piano piano il volo fino a spiccare in alto verso la fine, dove ogni tassello è andato finalmente a posto presentando il più classico dei colpi di scena. Rachel è irritante, depressa, piuttosto squallida e decisamente instabile; Megan è impulsiva, scontenta, frustrata e piuttosto instabile; Anna è ingenua, egoista ed egocentrica. Tom è falso, bugiardo, manipolatore e subdolo; Simon è irruento, possessivo e soffocante; Kamal è il burattino nel gioco di ruolo messo in piedi da Megan. Ora mescolate tutto, aggiungete qualche goccia di gin (o vino, chiedete a Rachel) e ne otterrete un cocktail di suspense, attesa, colpi di scena e rivelazioni da tenervi attaccati ad ogni pagina del libro. Vivere ogni momento della storia con gli occhi di ciascun personaggio femminile permette al lettore di entrare in empatia con lei, provare gli stessi suoi sentimenti e aumentare la vostra solidarietà o il vostro distacco. Vedrete le debolezze di ognuna di loro, le loro speranze, le loro paure e i loro sogni.

Ho trovato fin dall’inizio Rachel molto irritante, una visionaria e quasi un caso clinico; ma alla fine sono riuscita a capire il perché della sua triste esistenza; Anna ha dimostrato di essere una donna senza scrupoli ma allo stesso tempo debole e facilmente manipolabile. Megan ha dovuto affrontare così tanti traumi nella sua giovane vita che l’epilogo è stato forse la cosa più ovvia che potesse capitarle, nonostante fosse finalmente giunta a prendere una decisione definitiva. Tom è il perfetto esempio letterario di essere umano maschile che vediamo raccontato ogni giorno ai telegiornali “sembrava una così brava persona”: nessuna frase fatta lo descrive meglio, secondo me. Simon e Kamal non sono altro che personaggi secondari, sullo sfondo della scena; assistono agli eventi come spettatori al cinema.

Se non lo avete ancora letto (e mi chiedo come sia possibile, visto davvero l’enorme successo) fatevelo consigliare da una che di solito legge romanzi “secondari”, non in classifica e poco pubblicizzati 🙂

Bene, credo di essermi finalmente messa in pari con il “lavoro” arretrato; ora, come vedete dalla prima pagina, sono alle prese con il romanzo classico del mese. Il mese scorso ho letto Alice nel paese delle meraviglie – Oltre lo specchio; la prossima volta prometto di parlarvene, anche perché ho scoperto come la versione disneyana sia un vero e proprio mix tra i due romanzi di Carroll.

Alla prossima e buona “dolcedipendenza” a tutti.

Oggi, giorno della memoria

Oggi, giorno della memoria

Sapete tutti che giorno sia oggi; televisione, social, radio ce lo ricordano da questa mattina. Sarebbe bello e sopratutto più umano che questo non fosse però un giorno diverso dagli altri; mi spiego meglio. Non dovrebbe essere necessario avere un giorno soltanto in cui ricordare quanto male possa fare l’uomo seguendo principi e idee macabre e terribili. Dovremmo ricordarcelo ogni giorno, come un mantra, che tutti noi siamo uguali a prescindere dal luogo in cui siamo nati (su cui non abbiamo alcun tipo di potere), dalla religione in cui crediamo, dalle idee politiche che seguiamo e dalla lingua che parliamo. Dico questo perché il video di quel povero ragazzo che ha deciso di togliersi la vita lungo un canale di Venezia e che viene ripreso senza pudore e senza vergogna, mentre affoga con nessuno che fa qualcosa per aiutarlo mi ha talmente inorridito e fatto davvero arrabbiare. Non si può arrivare all’anno 2017 con ancora nella bocca frasi del tipo “muori negro” o nelle orecchie le risate di scherno di un branco di ragazzini imbecilli con in mano l’ultimo ritrovato tecnologico in fatto di smartphone. Mi chiedo cosa ci sia di malato in una mente che scherza e insulta chi ha deciso di farla finita per non dover tornare nel paese dove è nato e dove probabilmente gli sarebbe piaciuto crescere e vivere, se non fosse un paese in perenne guerra. Cosa ci sia di sbagliato in una società che ricorda gli orrori dell’olocausto vissuto da un intero popolo (e non solo), perché quei terribili momenti sono stati vissuti anche da chi ebreo non era: era gay, handicappato, zingaro, nero. Insomma, “sbagliato”. E a chi oggi vive quotidianamente quegli orrori invece riserva solo insulti e derisione, odio e rifiuto; quei ragazzi che hanno filmato e riso della morte di un loro coetaneo probabilmente oggi staranno ascoltando, contriti, un discorso sul massacro voluto da Hitler in un’aula di scuola e assentiranno nel confermare il loro dolore per quelle morti ingiuste e tragiche.

Non sono un’ingenua, so benissimo cosa ci sia di sbagliato e cosa porti persone apparentemente normali e di sani principi a recitare la parte dei mostri e degli sciacalli. Mi rimane però il dolore nel constatare come questi comportamenti siano semplicemente accettati e archiviati come tipici dei nostri tempi, invece di essere etichettati come amorali e simboli di odio (razziale e non, perché non sempre questo tipo di odio si riversa su persone di altre etnie; basti pensare agli insulti che si leggono su persone obese, o brutte, o donne emancipate). Boh, non so per voi, ma per me oggi da ricordare c’è ben più del massacro dei campi di concentramento; c’è da ricordarsi perché abbiamo un cervello e di come sia giusto utilizzarlo. C’è da ricordarsi che la fortuna di vivere in un paese normale, senza guerre e devastazioni, è data appunto dalla FORTUNA; che per pura coincidenza non si è nati in un paese in guerra, dove la fame è la vicina di casa più diffusa e la morte per un semplice raffreddore è all’ordine del giorno.

Bene, detto questo, vi consiglio qualche lettura per rimanere in tema.

Sono racconti di chi è sopravvissuto, di chi ricorda, di chi si trovava dalla parte sbagliata e di chi, per fortuna, ha pagato per l’orrore che ha aiutato a portare a termine.

Buona lettura!:)

Alla prossima e buona “dolcedipendenza”